25 aprile, Gilberto Salmoni: «La libertà una conquista da tenere stretta»

Nella foto Gilberto Salmoni con il rapper Amir Issaa a un incontro Suq

Il futuro ha il volto della speranza. Il passato quello dell’attesa della libertà. In questo 25 aprile segnato dalla pandemia Gilberto Salmoni, 92 anni, uno degli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati di Genova, guarda al domani con fiducia: “Oggi abbiamo la libertà di pensare e poter esprimere il nostro pensiero. Durante il fascismo e il nazismo, avevamo sempre la libertà di pensiero, quella non poteva togliercela nessuno, ma non potevamo esprimere le nostre idee, chi era contro quelle ideologie veniva arrestato, ucciso o torturato”. Le sue parole raccontano una conquista da tenere stretta, per questo nel giorno che ricorda la Liberazione, Salmoni cercherà di esserci sotto il ponte Monumentale quando sarà deposta la corona d’alloro in memoria dei Partigiani uccisi per quei valori di democrazia. Anche se a volte certi rigurgiti fascisti, quella discriminazione che guarda gli altri come “diversi”, che attacca i più deboli per farsi forte, può far paura: «Dispiace vedere persone che esaltano certe ideologie che hanno portato solo morte e razzismo, e bisogna vigilare», ma allo stesso tempo, «mi sembra che si tratti di una minoranza, in un’ Europa dove prevale la democrazia», dice Salmoni indicando quel punto di luce a cui guardare. Per questo il lavoro interculturale che svolge il Suq Genova: «È molto utile, ed è necessario che ci siano persone che promuovono l’integrazione, perché è importante che si formino persone tolleranti, che contrastino quella minoranza di persone che parla di un mondo diviso in razze». Lui, che aveva solo 16 anni quando, perché ebreo, è stato rinchiuso nel campo di concentramento di Buchenwald in Germania: «È successo nell’agosto del 1944», ricorda. «Ci hanno tolto tutto: spogliato; messo sotto una doccia; rasato completamente e immersi in un liquido disinfettante», racconta le tappe di un esercizio di disumanizzazione. In quel campo ci è arrivato insieme al fratello, mentre madre, padre e sorella sono stati mandati ad Auschwitz, e sapevano che non li avrebbero più rivisti: «Era un campo dove anziani e feriti, come lo era mia sorella, venivano uccisi». Ma nonostante la perdita, il distacco, la sofferenza di giornate scandite da ritmi tutti uguali («Sveglia alle 4 del mattino, raduno nella piazza d’appello, verifica del numero, una colazione fatta da una fetta di pan carrè, un tocco di margarina, un cucchiaino di marmellata e una bevanda che chiamavano caffè, si andava a lavorare per 11 ore. Per pranzo un altro bicchiere di caffè e un pezzetto di pancarrè che ci tenevamo in tasca dalla colazione. Per cena, un mestolo di zuppa»), Salmoni guarda a quei giorni senza vedere solo morte e paura: «La sera seduti attorno al tavolo riuscivamo anche a ridere, raccontavamo storie e aneddoti, ci si prendeva anche in giro». C’era qualcosa che non li faceva disperare: «Non ci sentivamo abbandonati: sapevamo che c’era una parte del mondo, umana, che ci avrebbe difeso». E con la stessa fiducia, guarda oggi al domani: «Vedo i miei figli e i miei nipoti felici e liberi», due coordinate fondamentali, e sulla pandemia: «Sconfiggeremo anche questa. Ho fatto il vaccino e non vedo l’ora di tornare a fare i bagni in mare».

Rosangela Urso